mittente e destinario, #1
c’ è questa tristezza strana, che arriva da lontano, risultato di pensieri sulle assenze. in un momento in cui tutto sembra così labile, è difficile ignorare le persone che ho perduto. non quelle che non ho visto più, senza nemmeno cambiar città, o abitudini, o numero di cellulare. ma quelle che non ho saputo custodire, e quelle che ho cacciato con chirurgica freddezza.
io me li ricordo bene, i pomeriggi al telefono (fisso) passati con A., a sgretolare piano le sue difese, a sentirmi importante per quella condivisione riservata a me soltanto. quella, l’ho davvero difesa e custodita, per tutto il tempo in cui è stato necessario. mi manca, quella confidenza. mi è mancata nell’attimo stesso in cui è cessata, ché l’ho avvertito subito il distacco, per tutte le ragioni che capisco, per il clangore della mia autoreferenzialità, per aver cercato di far la disinvolta nell’indossare abiti non miei.
però i jeans che mi hai prestato e la tua felpa che ho macchiato ce li ho ancora, piegati in una scatola, quelle di prima dell’ikea, trasloco dopo trasloco. e ancora mi commuovo, a vedere lo stupido film che mi hai offerto col cestello dei pop-corn, venedomi a suonare sottocasa e minacciando di farmi uscire col pigiama.
tu eri quello che chiamavo in lacrime. prima ancora, prima che tu avessi la patente e quella buffa macchina che guidammo così in pochi, e prima che io avessi fidanzati che se ne fuggivano in furgone, eri quello che, in bici, si faceva tutta la città, per quattro volte, due con il mio peso in più.
io ero quella che ascoltava, e imparava la sospensione del giudizio. e non lo so, se, a tratti, di te sono stata innamorata. ma è davvero irrilevante, perché non ti ho mai desiderato. so con certezza che ti ho scelto come amico, come ancora faccio io, con determinazione, a volere qualcosa o qualcuno, e a dipingerne i contorni. non cambierei per niente al mondo quello che sei stato. soltanto, vorrei ci fossi ancora.
chissà se te ne ricordi, tu, di com’eravamo.