sei arrivata dodici mesi fa, stravolgendomi le viscere, annegandomi il cervello, rimescolandomi i pensieri. hai fatto emergere sentimenti che non conoscevo, mi hai costretto a fare pace con la bambina sola che credevo di esser stata, mi hai insegnato a prendermi cura di qualcuno (persino di me), hai fatto sì che il mio sonno non potrà, mai più, essere lo stesso e che io debba, da ora in poi, convivere con la paura, ricacciandola in gola.
sei occhi, sguardo, intenzione. lo sei stata da subito. brilli di una luce che è soltanto tua, sorridi con tutto il corpo, braccia e mani e piedi in perenne movimento. sei decisa, caparbia, ostinata. indichi la via e pretendi di seguirla, e che gli altri ti facciano da destriero, più che da guida. eppure cerchi le mie braccia a confortarti, le mie mani a sostenerti, i miei occhi a darti indizi che ti rendano maggiormente comprensibile questo strano e assurdo mondo in cui ti ho voluta mettere.
mi baci, al mattino, con gli occhi che ridono e la bocca spalancata. sbagli le parole, confondendo papà, pappa e mamma. non importa, amore mio. stai andando benissimo.
nessuno può dire a chi ama “non ti farò del male”. perché vorrebbe dire “non conterò mai niente, per te”.
già non mi ricordo i primi giorni, quella tua fragilità morbida e inerte, il modo in cui piangevi, di come riuscissi a consolarti. non ho scritto nulla, ho scattato mille fotografie senza cogliere l’essenza, ho pronunciato parole inesistenti e inventato canzoni che non so più, imparato il tuo volto ogni mattina dimenticandolo ogni notte. solo i tuoi occhi restano costanti. non ho le risposte che ti aspetti, ma ricambio il tuo sguardo, e continuerò a farlo, nascostamente, anche quando smetterai di cercarlo.
lo so che è colpa mia e che, scrivendo, la rete prende possesso dello scritto. lo so che non posso avere la pretesa che il messaggio che metto nella bottiglia si areni dove io pretendo e lì rimanga.
ma non mi capacito, davvero no, della mancanza di pertinenza (attenzione, è lingua italiana). guardate alla composizione nel suo complesso, per cortesia. ché qui si fa esattamente il contrario della de-contestualizzione. e in ogni caso, non siete artisti: pescate roba, e la mettete in vetrina. fatelo con gusto.
Me lo ricordo bene, l’odore di mia madre quando io ero bambina. Un misto di sonno, sottovesti profumate nei cassetti, le mani che sapevano di candeggina e sugo a sobbollire in pentola. Era un odore che rimaneva, indelebile, dentro la vestaglia messa a scaldare sul termosifone. Tante volte ho affondato il volto in quella stoffa, per ritrovare un po’ di lei, chiusa in una clinica a ingigantire la paura che se ne andasse troppo presto.
Oggi quell’odore, almeno in parte, lo ritrovo su di me. E mi stupisco di come tutto torni, ribaltato. Mia figlia dorme, nel lettino, respirando la mia camicia azzurra. Io la guardo e penso che il suo arrivo mi ha insegnato a prendere mia madre, per mano, e accompagnarla, giurandole che resterò anche quando farà male.
che all’improvviso io ti veda. impreparata e incredula, coi sentimenti un po’ in sordina. non ho lacrime, per te, solo stupore. hai occhi enormi, e sembri chiedermi perché, da dove vieni, che ne sarà di te. io non ho risposte, e sarà, credo, cosa imperdonabile. posso solo ricambiare il tuo sguardo, già così acuto e indagatore, e sperare che non faccia troppo male.